
Alberto RAVAGNI arriva all’industria dopo un percorso nel mondo della ricerca. Laureato nel 1991 in Ingegneria dei materiali a Trento, ha continuato l’attività di ricerca nel settore delle ceramiche conseguendo il PHD a Saarbrücken in Germania. Il passaggio dalla attività di ricerca a quella di gestione lo ha portato poi a completare la formazione accademica con un MBA tra New York e Berna nel 2000.
Oggi è CEO della SOFCPower di Trento e membro del board della New Energy World Joint Technology Initiative (N.E.W. – JTI,) il partner privato della Commissione Europea per la futura Joint Technology Initiative (JTI) for Fuel Cell and Hydrogen.
Dopo i primi anni spesi a fare ricerche nei nuovi materiali studiando il mondo delle nanotecnologie applicate ai settori dell’elettronica, dell’energia, del settore medico e dell’automotive, e dirigendo anche il gruppo “Ceramic Foils, Layers and Coating” all’Istituto Nuovi Materiali di Saarbrücken, Alberto entra nel mondo del management della innovazione tecnologica.
Prima di approdare in SOFCPower, Alberto dal 1997 inizia la carriera manageriale in Lussemburgo presso la General Motors - Delphi Automotive System come European Chemical Commodity Manager e successivamente European Coordinator of the Delphi Technology Creativity Team. E’ poi deputy CEO della Unaxis Nimbus, tra la Svizzera e la Gran Bretagna, e successivamente è vice presidente della Oerlikon Balzers Coating AG in Liechtenstein.
D. Alberto Ravagni, ci racconti la sua esperienza: come è arrivato ad essere un imprenditore nel settore dell'idrogeno e delle pile a combustibile?
A volte bisogna fare un lungo viaggio per riconoscere la propria missione. Il mio è cominciato da ricercatore di nuovi materiali tra le montagne del Trentino e mi ha condotto attraverso numerose stazioni in posizioni prima tecniche poi commerciali e gestionali, da minuscoli incubatori a colossi internazionali.
Raccogliere la sfida di realizzare pile a combustibile è certamente una decisione non basata soltanto sulla razionalità o calcolo economico. La spinta più profonda viene dalla volontà di realizzare un sogno che risale ai tempi degli studi, e da un’ inaspettato patriottismo che si manifesta nel desiderio di contribuire allo sviluppo del mio paese d’origine, dopo aver passato la metà della vita all’estero. Infine la consapevolezza di contribuire la costruzione di un futuro energetico sostenibile aiuta a lavorare con il sorriso.
D. Perchè investire in Italia ed in particolare a Trento?
Le ragioni principali sono 3:
La visione lungimirante ed orientata alla sostenibilità del nostro investitore, un imprenditore attivo nei settori energia e biotecnologie. Un tipico esempio del prezioso patrimonio delle piccole-medie imprese del nostro paese.
La stessa visione, condivisa dalla Provincia di Trento votata al rinnovabile, che si materializza in importanti azioni di supporto all’innovazione in campi selezionati.
La presenza di specifiche competenze locali, ad esempio nell’università di scienza dei materiali a Trento.
D. Come ha scelto la tecnologia sulla quale investire?
Dal generale al particolare: la domanda di energia di una popolazione mondiale che aumenta oltre i limiti delle finite risorse del nostro pianeta rende già oggi necessarie innovazioni di tipo rivoluzionario, non incrementale.
Le pile a combustibile e l’idrogeno sono casi particolari rispettivamente di conversione e stoccaggio di energia. Esse possono fornire soluzioni rivoluzionarie per aumentare l’utilizzo delle preziose energie rinnovabili, le quali sono limitate non solo dalla loro disponibilità, ma anche e soprattutto dalla loro intermittenza.
Tenuto conto che oggi l’80% dell’energia usata globalmente ha origini fossili, il cambiamento è sì inesorabile, ma sarà graduale. Le tecnologie che possono fare da ponte tra il sistema energetico attuale e quello futuro sono estremamente ricercate.
La tecnologia SOFC (Solid Oxide Fuel Cells) può utilizzare - ad elevata efficienza - sia combustibili fossili che idrogeno. Inoltre le pile a combustibile ad alta temperatura sembrano essere reversibili, permettendo di essere utilizzate al contrario (in modo elettrolisi) per immagazzinare energie rinnovabili attraverso la produzione di H2 ed il riciclo di CO2. Definitivamente una tecnologia dall’immenso potenziale da esplorare e trasformare in prodotti quotidiani.
D. Quali sono stati i primi approcci con il mondo della ricerca, e con i ricercatori in particolare?
L’innovazione è stata il filo conduttore del lungo cammino citato inizialmente: il dottorato sui nanomateriali, acquisire ed applicare nuove tecnologie per l’industria automobilistica, sviluppare nuovi standard per dischi ottici e magnetici, fino alle pile a combustibile.
Essere partito dal laboratorio per poi passare alla gestione ha facilitato molto i miei rapporti con i ricercatori e, più in generale, con il mondo dell’innovazione.
Ogni successo è il risultato di una cooperazione ed ogni cooperazione necessita un buon livello di comunicazione.
I ricercatori – fortunatamente – non hanno la stessa visione del mondo di un finanziere o di un comune utilizzatore. Riuscire quindi a chiarire le diverse necessità e preferenze dei partner per trovare un linguaggio comune – per esempio spiegare da un lato che innovare non è sinonimo di inventare e dall’altro che leggi fisiche non sono influenzabili con investimenti - sono passi indispensabili per una cooperazione fruttuosa con il mondo della ricerca.
D. Quale propsettive vede a livello nazionale per le imprese che investono nell'innovazione in questo settore ed in quello delle rinnovabili?
L’innovazione porta sempre al successo, a condizione che soddisfi i bisogni di qualcuno in modo migliore delle soluzioni esistenti.
Nel campo della nuova energia il bisogno è chiaro, crescente e non soddisfatto. Perciò definisco questo un “mercato inevitabile”, dove ogni soluzione utile che ce la farà fino al mercato sarà assorbita in un batter d’occhio.
Un petrolio a 120 $ rende economicamente attraenti soluzioni che non lo erano solo un anno fa, ad un quarto del prezzo attuale. Le prospettive sono quindi ideali per inventori ed imprenditori, sia a livello nazionale che internazionale.
Altri due fattori portano vantaggi alla creazione di valore locale. Il semplice aumento dei costi del trasporto, esacerbato dal crescente costo delle emissioni di CO2, ridurrà la competitività delle importazioni. Inoltre le nuove soluzioni energetiche – p.e. la generazione distribuita e la domotica - sono legate allo sfruttamento di risorse locali, che sono diverse e specifiche per ogni nazione, territorio e popolazione. Il loro utilizzo richiederà delle soluzioni che tengono conto della specificità locale del territorio e dei suoi abitanti. Il mercato inevitabile delle nuove energie è un mercato globale che richiede soluzioni locali.
D. Quali scenari a livello internazionale?
A livello internazionale gli stessi paesi che fanno crescere a dismisura la domanda di energia - e di ogni altra materia prima - sono quelli che coprono una parte crescente della produzione industriale mondiale: Si parla ovviamente p.e. di Cina ed India.
Ci si può chiedere se prevarranno le opportunità create dalla crescita di questi nuovi e colossali mercati, oppure i rischi provenienti da una concorrenza che oggi si distingue per i bassi prezzi, domani anche per l’alta qualità.
Le previsioni non sono facili, soprattutto se riguardano il futuro.
Quando si parla di conquistare mercati stranieri certamente le dimensioni fanno comodo “size does matter”.
Questo certo non è un vantaggio naturale del tessuto industriale italiano, basato sulle piccole e medie imprese. Piuttosto è una buona ragione per mettere in pratica nuovi modi di coordinare sia l’innovazione che le iniziative mirate a rafforzare la nostra presenza nazionale sui nuovi mercati mondiali.
Per offrire soluzioni per le nuove energie è ancora più importante innovare ed essere primi, dato che è sicuramente più difficile competere sui costi.
Alleanze di società e gruppi industriali possono godere dei vantaggi delle grandi infrastrutture, senza tuttavia perdere l’istinto e la rapidità imprenditoriale di ogni singola unità.
Oltre a ciò l’innovazione in campo energetico richiede cambiamenti di infrastrutture, legislazione e regolamentazione. Il supporto pubblico a imprese private in questo campo è vitale per garantire credibilità ed accesso ai decisori locali nei mercati esteri.
Con queste premesse le opportunità compenseranno di gran lunga i rischi e ci saranno ulteriori e numerosi esempi di società italiane di grande successo all’estero.
D. Per favorire l’incontro fra industria e ricerca, l’Europa ha ideato le Piattaforme Tecnologiche alcune delle quali si sono evolute dando origine a JTI e lei è nel board della JTI Pile a combustibile e Idrogeno. Quali opportunità vengono offerte al sistema industriale?
Le JTI (Joint Technology Initiative) sono un’evoluzione con la quale l’Europa dimostra maturità e pragmatismo nell’affrontare le sfide energetiche del futuro.
Le JTI integrano i bisogni delle industrie nelle strategie di intervento pubblico in un modo coordinato e trasparente.
Commissione europea, Industrie, istituti di ricerca, e persino singole regioni si ritrovano a definire una comune strategia di implementazione delle pile a combustibile e idrogeno.
Questa “comunicazione forzata” obbliga i partner industriali ad accordarsi su standard, norme, target di prestazioni e persino scelte tecnologiche, con l’obbiettivo comune della competitività europea. Durante questo processo l’industria fornisce importanti indicazioni per guidare gli investimenti pubblici e massimizzarne gli effetti positivi a livello sia ecologico che ecologico e sociale.
Il quadro fissato dalla commissione Europea garantisce che il tutto avvenga rispettando le regole della competitività, la partecipazione delle SME, e l’equilibrio tra ricerca di base ed applicata.
La JTI “N.E.W.” (New Energy World) gestirà bandi europei dotati di 470 Mio€ di fondi pubblici, ai quali si aggiungono contributi industriali equivalenti.
Dato che il miglior modo di predire il futuro è di costruirlo, posso solo consigliare la partecipazione attiva.
D. Dal suo punto di vista le imprese italiane partecipano alla attività europea e riescono a cogliere le opportunità di una azione di lobby a Bruxelles?
Pur respirando l’aria di Bruxelles da poco tempo, ho potuto essere testimone di esempi di lobbying migliori dei nostri italiani. Esponenti di nazioni ed industrie molto più piccole riescono a far sentire la propria voce in modo più efficace.
Il termine “lobbying” ha un connotato non positivo per molti. In modo molto semplificato si tratta, partendo da un legittimo interesse da promuovere, di comunicare tale interesse al momento opportuno (quando se ne discute) alle persone giuste (che infine possono decidere). Un processo dunque con molte affinità al semplice marketing. Il fatto che – a differenza di un annuncio pubblicitario – ciò non avvenga sempre in modo trasparente, lo rende un po’oscuro.
Specialmente piccole e medie imprese non hanno fondi, tempo e risorse per queste attività, come spesso peraltro per iniziative di marketing in generale.
Strutture come le JTI rendono tali processi informativi più trasparenti e pongono particolare attenzione alla rappresentanza delle piccole e medie imprese, ciònonostante ci sono numerose opportunità che non vengono colte.
D. Ritiene che fiere specialistiche o convegni siano luoghi adatti in cui far incontrare ricercatori ed imprenditori? Pensa ci possano essere altre iniziative?
Fiere e convegni sono certamente importanti momenti d’incontro tra gli attori di un settore e permettono un intenso scambio di informazioni su trend di mercati e tecnologie.
Si tratta però di singoli eventi. I mondi degli inventori, innovatori, imprenditori, finanzieri, industriali e politici hanno bisogno di contatti più intensi e frequenti per creare i terreni appropriati dove far crescere nuovi prodotti e servizi.
Oltre ad incontrarsi, ricercatori ed imprenditori hanno bisogno di frequentarsi e condividere esperienze.
Lo spirito imprenditoriale non si impara dai libri – che possono al più fornire la scintilla iniziale dell’ispirazione – ma dal contatto diretto con imprenditori, dall’essere testimoni e partecipi del coraggio, dei successi e dei fallimenti.
Altre possibili iniziative per favorire il lavorare e creare assieme consistono nell’alternare ed integrare periodi di studio, ricerca in laboratorio e creazione di conoscenza a periodi di lavoro, sviluppo di soluzioni e realizzazione di prodotti in imprese.
Faccio un esempio: un professore americano ha recentemente trascorso una parte del suo anno sabbatico lavorando come ingegnere-ricercatore nella nostra società. Avvicinandosi il momento della partenza mi ha confessato che stava seriamente considerando l’opzione di restare con noi, ed in ogni caso intende fondare delle società negli USA per realizzare le numerose idee generate assieme.
Lo spirito imprenditoriale è molto contagioso. Talvolta i ricercatori vengono purtroppo “vaccinati” durante il loro curriculum e fanno fatica a farsi contagiare, altrimenti l’osmosi tra laboratori, fabbriche e mercati sarebbe un atto di per sé naturale.
D. Quali problemi vede nel passaggio laboratorio-prototipo-mercato? Quali politiche consiglierebbe per accelerare questo percorso?
Le barriere più comuni – qui di prodotti industriali più che di servizi - sono l’accesso ai mercati, esperienza d’industrializzazione e finanziamenti.
Tutto comincia con un’idea, tipicamente con l’idea del “ il prodotto che si vende da solo”.
Come già detto, l’innovazione porta sempre al successo, a condizione che soddisfi i bisogni di qualcuno in modo migliore delle soluzioni esistenti. Non è quindi forzatamente il prodotto con la migliore tecnologia che conquista il mercato (chi compra Windows per la sua sicurezza ed affidabilità?). Confrontare la geniale idea di un singolo con gli attori ed utilizzatori del mercato fa capire se anche altri ne condividano l’entusiasmo. Questo richiede in pratica di avere accesso ad esperti del mercato che non sono in genere facili da individuare e contattare.
La domanda indivisibile dalla verifica dell’utilità delle prestazioni dell’ipotizzato “prodotto” (alias il suo prezzo) è quella legata ai suoi costi. Qui entra in gioco l’industrializzazione. Trovare un partner per discutere la fattibilità industriale di un oggetto pur realizzato con successo in laboratorio, è fondamentale per valutare quali sono gli investimenti necessari per arrivare all’ambito camion carico dei suddetti prodotti che parte dal proprio magazzino.
Passando al terzo fattore, quello finanziario, potremmo chiederci se Bill Gates avrebbe avuto lo stesso successo se fosse nato come Guglielmo Cancelli.
Pur non mancando esempi di imprenditori italiani di grande successo, “venture capital” viene tradotto con “capitale di rischio” invece che capitale di (av)ventura.
Le avventure sono attraenti, i rischi invece di solito si evitano. In Italia i “business angels” non si trovano sulle pagine gialle.
In questo campo interventi pubblici possono contribuire in modo sostanziale per ridurre i rischi – soprattutto finanziari - e rendere avventure possibili.
Le organizzazioni pubbliche possono intervenire con semplici finanziamenti, (o meglio, con finanziamenti semplici), ma anche assumendo il ruolo di “early adopters” ed infine nella comunicazione alla popolazione di messaggi che favoriscono l’entrata sul mercato di risultati dell’innovazione. Da non dimenticare è altresì il ruolo di rappresentanza e promozione sui mercati esteri menzionato in precedenza.
Riassumendo, superare le tre barriere citate significa trovare partner appropriati e l’occasione di lavorare con loro.
Per passare a qualche esempio di misure correttive:
Gli incentivi di professori e delle università dovrebbero essere mirati a permettere l’osmosi – ovvero lo scambio di persone - tra università, laboratori e industrie. Risolvere un problema di scale-up dovrebbe essere presentato come altrettanto nobile che osservare un fenomeno per la prima volta. Contemporaneamente imprenditori e investitori disposti a iniziare “avventure” piuttosto che evitare rischi dovrebbero rendersi più visibili ed accessibili agli inventori. I ricercatori devono ascoltare storie di imprenditori dal vivo per esserne affascinati. Questo avverrebbe spontaneamente, se gli imprenditori spesso non fossero respinti dall’inefficienza dei rapporti con la università e ricerca. Gli imprenditori fuggono l’inefficienza.
Anche gli inventori stessi dovranno fare qualche sforzo per adattare la loro comunicazione alle necessità degli investitori. Un esempio sarebbe imparare la pratica dell’“elevator pitch”, ovvero di un riassunto di un’idea sufficientemente concentrato da entusiasmare un investitore potenziale nel tempo passato in una corsa d’ascensore (30 sec.).
È condizione necessaria sì, ma assolutamente sufficiente, mettere in comunicazione inventori ed imprenditori per superare le barriere dall’idea al mercato. Tuttavia mettere in comunicazione è molto di più che mettere in contatto.
D. Come pensa si possa favorire l’incontro fra industriali e ricercatori (da notare che non ci riferiamo alle società o alle istituzioni ma agli uomini)?
Come a proposito delle fiere, l’incontro è il primo passo. Io vorrei favorire un rapporto regolare, personale e al lungo termine.
Il processo da laboratorio a prodotto dura tipicamente mesi o anni, lo sviluppo del prodotto è accompagnato da una crescita parallela ed inevitabile delle persone coinvolte.
Un tale processo ha più le caratteristiche di un’adozione che di un fuggitivo incontro. Per le adozioni, la formazione della futura famiglia è preparato e guidato da agenzie.
Nel caso dell’innovazione esistono innumerevoli “agenzie” di trasferimento tecnologico, incubatori, poli, centri, portali…tuttavia l’esistenza di tali agenzie non rende ancora il processo naturale.
Fornire la funzione delle “pagine gialle”, ovvero fornire il numero di telefono che un innovatore chiama quando si pone la domanda: chi mi aiuterà a industrializzare, finanziare e vendere la mia idea? è necessaria, ma non sufficiente per creare delle famiglie felici e prospere.
Dopo un primo incontro, due persone si telefonano per un secondo se si capiscono e se hanno un obbiettivo da raggiungere assieme.
Per favorire le relazioni fra industriali ed imprenditori ci si deve concentrare su progetti reali e l’accompagnamento (o coaching) dei partecipanti.
D. Dalla sua esperienza, quali consigli darebbe a giovani ricercatori che hanno interesse a concentrarsi sulle tecnologie energetiche o che hanno ideato soluzioni innovative in questo settore?
Prima di tutto consiglierei di rallegrarsi e festeggiare l’ottima scelta con eccellenti prospettive per il futuro.
Poi direi che è fondamentale saper porre le domande giuste a se stessi ed agli altri e infine, la cosa più importante, ascoltare le risposte.
Per iniziare:
“Quali sono le mie aspirazioni e la mia vocazione? Voglio essere un ricercatore, un inventore, un innovatore, un imprenditore…?”
Per chi ha già delle buone idee ed è pronto a fare dei sacrifici per arrivare ad assaporare il successo della realizzazione: “Dove trovo la squadra per vincere questa partita?”. l’invenzione può essere opera di un singolo, ma l’innovazione è un gioco di squadra.
Per rispondere a quest’ultima domanda, in mancanza di una “innovation hotline” nazionale, posso offrire il mio numero di telefono +41792530042. Idee e persone di qualità sono sempre ricercate.
Un consiglio finale: Coltivate con cura la vostra passione, che vi farà andare avanti quando la ragione esiterà, ed è indispensabile per motivare il team in cui sarete. Chi non brucia non può accendere.
Associazione FREEnergy - Dipartimento di Ingegneria Elettronica, Università degli Studi di Roma Tor Vergata