foto Gilberto Gabrieli


Gilberto Gabrielli
è il fondatore di TOLO Financial Advisors e presidente di TOLO ENERGIA, una holding di diritto italiano fondata il 25 luglio 2006 con un forte know-how nei diversi settori dell'energia rinnovabile, capace di sfruttare importanti sinergie, di operare ed investire nei mercati internazionali.

È membro del Consiglio di Amministrazione di Librerie Feltrinelli e di Euregio Finance. È stato Professore a contratto di Strategia e Politica Aziendale all'Università Bocconi, Presidente del Consiglio di Amministrazione dello IULM e Professore di Comunicazione Finanziaria. Per Montedison Spa ha creato il primo fondo pensione aziendale.

Gilberto Gabrielli ha inoltre un'ampia esperienza come Investment Manager ed ha portato a termine con successo diverse operazioni di finanza straordinaria per società quali ABN AMRO e Cofiri Spa. È autore di numerosi libri e saggi in materie finanziarie e aziendalistiche.



D. Signor Gabrielli, ci racconti della sua esperienza e come è arrivato dalla finanza alle “rinnovabili”. Che cosa la ha spinta in questa direzione?

La decisione di entrare con investimenti rilevanti nel settore delle energie rinnovabili è nata sul campo.
Un investimento di miei soci in Cina nel settore dell'allevamento di maiali aveva generato un eccellente rapporto con il partner cinese. Questi aveva deciso di affrontare il problema dei liquami e la soluzione che mi sembrò immediatamente applicabile fu quella di un impianto di biodigestione. Dimensioni importanti per la realtà cinese che fino ad allora non si era misurata con questa tematica (anche perchè nessuna legge spingeva in questa direzione).Oggi l'impianto ha una capacità di produzione di 3,0 MW elettrici ed è in corso il processo di approvazione del suo inserimento nell'ambito dei progetti CDM. E’ inoltre in fase di completamento un secondo progetto collegato ad un ulteriore allevamento e macello.
Questa iniziativa, sul piano delle ulteriori applicazioni industriali, si è tramutato in un numero rilevante (più di 20 richieste di replica di progetti simili da parte di altre imprese del settore allevamento) di investimenti che, in joint venture, la nostra società, TOLO Energia, sta progettando e realizzando in Cina.
E’ certo che, se non ci fosse stato il Ministero dell'Ambiente e il suo Direttore Generale, Corrado Clini, avremmo impiegato più tempo e corso qualche rischio in più, ma pare che questo sia proprio il ruolo innovativo che la Pubblica Amministrazione può svolgere in favore delle imprese che si confrontano con i mercati internazionali.

D. Come sceglie le tecnologie sulle quali investire?
Le tecnologie di base hanno riguardato, in Cina così come in Italia, i settori del biogas. TOLO Energia ha costituito alleanze industriali con un eccellente gruppo imprenditoriale altoatesino come Ladurner SpA, con il quale ha realizzato una joint venture di produzione di biogas dal mais (tre impianti autorizzati in Italia). In un secondo momento abbiamo contribuito, non come investitori ma in qualità di advisor finanziari tra Ladurner e il Gruppo Greenvision, che ha così completato la sua filiera nel settore ambientale.
Per rispondere concretamente alla sua domanda, TOLO Energia ha deciso di creare un portafoglio diversificato di tecnologie che includa sia quelle di punta sia quelle più consolidate. I criteri di scelta sono diversi: a volte ci basiamo sulla redditività offerta dalle tecnologie, altre sull’importanza strategica di essere presenti in alcune aree o settori, altre ancora sui possibili sviluppi futuri che tecnologie ad oggi antieconomiche potrebbero offrire.

D. Che cosa pensa delle giovani imprese italiane che operano nelle tecnologie energetiche?
Nei nostri uffici ne vediamo passare un numero rilevante. L'entusiasmo che anima il mercato è certamente crescente.
Mi sembra di poter dire che non c'è sottovalutazione delle difficoltà a cui esse vanno incontro, anzi! Però è chiaro che tutte entrano, come anche noi d'altronde, in un processo autorizzativo che è sicuramente farraginoso e complesso al punto da scoraggiare chiunque.
In secondo luogo mi pare che i promoter di iniziative siano largamente sovra rappresentati a discapito di coloro che invece portano tecnologie innovative o progetti già cantierabile, unitamente ad un minimo di disponibilità finanziaria.
Dalle università e dai centri di ricerca certo non escono a getto continuo, come in altri paesi, tecnologie e applicazioni da venture capital. Penso tuttavia che l'entusiasmo e le occasioni di buoni ritorni economici, spingeranno anche qualche istituzione finanziaria a fare, presto e spero bene, un ingresso massiccio nel settore. Ciò permetterà anche quella dose di innovazione tecnologica di punta di cui l'Italia ha certamente bisogno per questa come per altre applicazioni industriali.

D. Sappiamo che la sua esperienza di industriale non si limita ai confini nazionali, quali opportunità vede nel mondo per le imprese nelle tecnologie rinnovabili?
Rilevantissime. Abbiamo sviluppato iniziative nel corso di questi due anni in Cina, negli Emirati, in Montenegro ed in Germania. Ora stiamo preparando alcuni progetti in Serbia e in Tailandia. Il divario di conoscenze che esiste ancora fra il complesso tecnologico industriale italiano ed alcuni di questi Paesi può essere rilevante, creando così opportunità di business per molte imprese che abbiano la voglia di misurarsi con il mercato allargato. I rischi naturalmente ci sono ma poi si tratta di avere i partner giusti (qui si può anche sbagliare o semplicemente perdere più tempo del previsto). Bisogna avere pazienza e fondi disponibili anche se, in una prima fase, gli impianti possono avere dimensioni limitate; in ogni caso, in questo ambito come in altri importanti, l'impresa italiana gode di una buona fama di serietà tecnica e professionale.

D. Quali problemi vede nel passaggio laboratorio-prototipo-mercato? Quali politiche consiglierebbe per accelerare questo percorso?
Suggerire qualche soluzione potrebbe sembrare da parte mia troppo presuntuoso. Direi che il rapporto che abbiamo avviato con ENEA sul solare termodinamico, ci offre un’ottima guida su come procedere.
Se c'è chi fa bene la ricerca fondamentale e la fa guardando alle esigenze di mercato e alla concorrenza internazionale con cui si confronta l'industria italiana, il compito è già in gran parte assolto in modo adeguato (e, nel nostro caso specifico, eccellente).
Se poi il Ministero dell'Ambiente ti aiuta a scegliere i target più coerenti al sistema tecnologico che possiedi, il processo è ancora più agevolato.
Per quanto ci riguarda, nella nostra ultima missione ultima in Cina abbiamo goduto di un eccellente servizio diplomatico che ci ha permesso di agire come se tutti i temi in discussione seguissero un percorso privilegiato.
Quindi:
il laboratorio - penso che, oltre all'ENEA, l’attività di ricerca possa e debba venire sempre di più anche dalle università italiane che, tra l’altro, già rappresentano importanti centri di eccellenza (penso, ad esempio, al superamento del silicio nel fotovoltaico).
il prototipo - i limiti sono rappresentati dalla necessità di contenere i costi, ma non pensando che ci si possa limitare ad una mera ricerca di autorizzazioni all’utilizzo di prodotti già sperimentati.
In questo ambito, con le selezioni di Industria 2015 è stato avviato un lavoro di analisi delle eccellenze possibili. Si tratta di attenderne i risultati, anche se sappiamo che l'innovazione vera arriva dai soliti luoghi deputati nel mondo e, per entrare nel novero di questi, è giunto il tempo di dotare le Università ed alcune imprese di punta di fondi rilevanti e certi.
il mercato - a questo proposito penso che la strada che abbiamo intrapreso sia corretta; i forti incentivi su tecnologie specifiche non risolvono da soli il problema ma, come abbiamo visto nel caso del fotovoltaico e del biogas in Germania, del solare in Spagna e dell'eolico in Danimarca, permettono alle imprese nazionali di allungare in modo rilevante il passo sul piano della competizione internazionale. Qui basta copiare le politiche di successo...

D. Come pensa si possa favorire l’incontro fra industriali e ricercatori (da notare che non ci riferiamo alle società o alle istituzioni ma agli uomini)?
Industriali e ricercatori, fin che si tratta di persone serie, si piacciono da matti!!! Ne ho continui esempi. Si possono moltiplicare mettendoli ancor di più su terreni fertili. Ma mi sembra che siamo sulla buona strada.

D. Come pensa, invece, si possa favorire l’incontro fra ricercatori e venture capitalist (da notare che non ci riferiamo alle società o alle istituzioni ma agli uomini)?
I venture capitalist in Italia erano nati nelle banche fiorentine e veneziane del 14mo secolo. Che poi si siano ritirati su settori più commerciali a far credito al consumo o a gestire le ricchezze di pochi, non è certo colpa della carenza di fondi ma piuttosto del ritirarsi della scienza applicata in Italia. Colpa delle scuole, dicono in molti, del minore appeal delle facoltà tecnico-scientifiche, della licealizzazione dell’istruzione e così via. Oggi i fondi sono minori per ragioni che, come tutti abbiamo verificato, hanno a che fare con il debito pubblico e la distorsione della spesa. Ma, come un sapere carsico, i giovani bankers italiani si sono moltiplicati nel mondo ed hanno imparato buone lezioni in ambienti più liberi da costrizioni. Questi oggi operano nuovamente in Italia e non pare siano peggiori dei loro colleghi cresciuti nelle business school. Ormai sono arrivati alla prova della maturità. E ce la faranno!

D. Dalla sua esperienza, quali consigli darebbe a giovani ricercatori che hanno interesse a concentrarsi sulle tecnologie energetiche o che hanno ideato soluzioni innovative in questo settore?
Mi viene spontaneo dire: che si facciano vivi. Oggi nessuno li respingerebbe più alla prima occasione. Come forse è successo in tempi andati. Persino nella moda e nel made in Italy dell'abbigliamento c'è tecnologia energetica alla prova. Forse accorciare il percorso e passare subito all'impresa senza attendere lunghi periodi di apprendimento teorico potrebbe essere un buon tentativo. I vari garage della Silycon Valley sono lì a dimostrarlo! Certo ci sono regioni dove ciò è più facile e non vale solo per le regioni italiane.
L'Europa è terreno fertile per esperienze di questo tipo. La Spagna oggi è un formidabile laboratorio. Ma l'enorme sviluppo dei distretti, che in Italia si è generato con la ricchezza diffusa delle imprese di medie dimensioni, può permettere a chiunque di accedere a percorsi di formazione lavoro entusiasmanti. E poi ci vuole coraggio! Facile a dirsi, si può rispondere, e magari per uno stipendio da precario come ricercatore, ma i percorsi sono questi. Le "pagine gialle" delle imprese dell’innovazione sono già a disposizione, se si applica il metodo scientifico della ricerca dei campioni di settore. Magari qualcuno potrebbe vedere un'area di business pubblicandole.