
Antonio Cianciullo segue per Repubblica, come inviato, i temi ambientali
Signor Cianciullo, come si è avvicinato alle tematiche ambientali ed energetiche e quali spazi di comunicazione vede oggi per questi temi?
"Ho cominciato a occuparmi dei temi ambientali all'inizio degli anni Ottanta. All'epoca non esisteva un settore ambiente, si registravano solo le prime avvisaglie di un interesse diffuso. Ma, come sempre nei periodi in cui sta nascendo qualcosa di nuovo e di significativo, c'era grande entusiasmo: tanta voglia di raccontare e poco spazio. All'interno dei giornali molti consideravano l'ecologia un accessorio: divertente ma marginale. Oggi il quadro è profondamente cambiato. Il disastro di Chernobyl, la grande mobilitazione che ha portato all'Earth Summit del 1992, la sfida imposta dal cambiamento climatico hanno lasciato un segno profondo nell'opinione pubblica e i media hanno registrato questo salto di umore".
D. Secondo lei quanto vengono comunicate le opportunità offerte dalla ricerca applicata, cioè dalla innovazione tecnologica nei settori delle energie rinnovabili, della efficienza energetica e della mobilità sostenibile?
"Dipende dai settori dell'informazione a cui lei si riferisce. E' chiaro che un'informazione di dettaglio, molto specifica, può trovare un suo spazio soprattutto nelle riviste - o nelle rubriche - specializzate. Ritengo che comunque, complessivamente, lo spazio dato a queste opportunità sia scarso rispetto al potenziale interesse".
D. Quali errori ha notato nella comunicazione della innovazione tecnologica in questi settori?
"Il mondo dell'informazione specializzata e quello dell'informazione a tutto campo parlano lingue diverse e non riescono a comunicare tra di loro. Credo invece che una contaminazione tra questi due modi di pensare sarebbe vitale. Una comunicazione tecnica che sappia guardare anche da un osservatorio più largo e un'informazione generalista che sappia cogliere il merito specifico delle varie questioni sarebbero molto utili".
D. Che cosa pensa delle giovani imprese italiane che operano nelle tecnologie energetiche?
"Ci sono imprese straordinarie: cariche di entusiasmo, di voglia di fare, di capacità di produrre brevetti e di mettere assieme il mondo della ricerca e quello della produzione. Non sono poche ma non riescono ancora a costruire una rete capace di pesare sul sistema. L'immagine paese resta quella opposta: una macchina pubblica burocratica e spesso inefficiente, una ricerca accademica astratta e poco interessata alla traduzione pratica delle teorie, una industria privata che investe poco in ricerca".
D. In quali settori della innovazione tecnologica la comunicazione è più efficace?
"In quelle che producono merci popolari: elettrodomestici, gadget, oggetti presenti nella nostra vita quotidiana. E anche nei settori che evocano fantasie positive o negative".
D. Secondo lei gli operatori in questi settori dovrebbero imparare a fare lobby per aumentare l'attenzione nei loro confronti?
"Sì, la lobby in senso buono, anglosassone, è poco praticata in questo settore. Credo che sia una conseguenza della difficoltà a pensare in grande, come sistema paese".
D. Come pensa si possa favorire l'incontro fra industriali e ricercatori (da notare che non ci riferiamo alle società o alle istituzioni ma agli uomini)?
"Favorendo i luoghi, le occasioni, gli ambiti in cui questo incontro può diventare produttivo. Si potrebbe stimolare attraverso un sistema di incentivi una sinergia virtuosa tra questi due mondi".
D. Dalla sua esperienza, quali consigli darebbe a giovani ricercatori che vogliono far conoscere i loro studi e le loro scoperte?
"Una volta che hanno verificato con metodo scientifico la bontà del prodotto devono renderla appealing cambiando gli occhiali. E indossando quelli del comunicatore".
Associazione FREEnergy - Dipartimento di Ingegneria Elettronica, Università degli Studi di Roma Tor Vergata